La street artist è pronta per partire alla volta di Spagna, Brasile e Isola de La Réunion per la realizzazione dei prossimi progetti. “Se a quindici anni mi avessero detto che un giorno avrei viaggiato in tutti i continenti, in tantissime città, disegnato su oltre 1000 muri con un braccio meccanico, un elevatore, sicuramente mi sarei messa a ridere”.

Ha appena realizzato dieci ritratti di donne per il concept esclusivamente femminile per la stagione lirica 2019 del Teatro Comunale di Bologna. È la street artist Alice Pasquini (romana, 38 anni), capace di sorprendere sempre con la delicatezza e sensibilità della sua lettura del mondo attraverso i colori. Com’è nato il progetto sul cartellone dell’Opera del Teatro Stabile di Bologna? “Quando le ragazze di Cheap, mi hanno chiesto di realizzare la campagna per la stagione dell’Opera 2019 per il Teatro Comunale, abbiamo immaginato subito una rappresentazione che mettesse in risalto le figure femminili al centro del racconto. Nel dipingere i dieci ritratti delle protagoniste, uno per ogni opera in cartellone, ho cercato di cogliere il sentimento che muove la donna aldilà del personaggio, sorpresa come se fosse allo specchio: dalla follia di Azucena all’algidità fredda di Turandot”. Hai una passione per l’Opera? “Ne sono affascinata (ho studiato a lungo musica classica, ma con scarsi risultati)”. C’è qualcosa che ti colpisce in particolare di quel mondo? “La musica, i costumi, le scenografie. Il fatto che il teatro sia un’arte sociale a differenza della pittura. Un luogo dove magnifici artisti di differenti discipline lavorano assieme (anche al pubblico) a una creazione collettiva”.

Le donne, i loro volti, dominano la campagna, e le donne sono anche l’oggetto principe delle tue composizioni. Perché la tua vena artistica trova nei soggetti femminili la sua più compiuta espressione? “Parlare da un punto di vista personale mi porta inevitabilmente anche a narrare da un punto di vista femminile. Per questo c’è sempre una motivazione autobiografica inconscia aldilà della scelta di un determinato soggetto o di una storia da narrare, prendo ispirazione dagli incontri che faccio durante i miei viaggi e cerco di rappresentare le emozioni e le storie autentiche che provengono direttamente dal vissuto comune. Tutte le mie opere rappresentano storie e donne vere. Sicuramente diverse da quelle donne rappresentate nel mondo della pubblicità, soprattutto in Italia”.

Sei sempre in viaggio. Ora stai preparando la valigia per? “I prossimi progetti di grandi muri sono in Spagna, in Brasile, sull’Isola de La Réunion”. Il tuo lavoro di street artist si lega molto al sociale. La tua è un’opera di denuncia attiva? “Mi sono dedicata a progetti e realtà, dove l’arte mi sembrava più utile. Nel carcere femminile di Melilla ho dipinto una donna sull’albero che guarda lontano, le detenute mi avevano detto che quello che gli mancava di più era la natura e l’orizzonte. Nel centro accoglienza per immigrati minorenni, quando immaginando con loro una città che vola senza parlare la stessa lingua, mi hanno voluto raccontare attraverso i disegni, i loro traumi, ricordi di guerra e violenza, ma hanno anche dipinto il loro primo muro… alcuni dipingevano per la prima volta nella vita. Oppure ho raccontato le storie degli immigrati italiani all’estero, dei loro interminabili viaggi verso una terra promessa”.

“Uno dei progetti che più mi sta a cuore è cominciato cinque anni fa – racconta Alice Pasquini -. Un giorno mentre ero a New York ho ricevuto una mail che mi chiedeva se fossi interessata ad andare a dipingere in un piccolo borgo del Molise. Civitacampomarano sorge sul crinale di una collina, ha un magnifico castello del 1300 e vanta la nascita di due insigni personalità del Risorgimento, Vincenzo Cuoco e Gabriele Pepe. Per me non è un paese qualsiasi, è il paese natale di mio nonno, ma questo l’autrice della mail non lo sapeva. Ylenia è una delle poche giovani che vive ancora lì, lo spopolamento è stato enorme e Civita oggi ha poco più di 400 abitanti. Lavora con la Pro Loco ‘Vincenzo Cuoco’ per mantenere viva la storia e le tradizioni del borgo semidisabitato. Da questa coincidenza è nato un progetto artistico che ha coinvolto un paese intero. Oggi nel paese i bambini sono pochissimi perlopiù figli d’immigrati e frequentano la scuola nelle vicinanze, perché le scuole a Civita hanno chiuso da tempo. Ho dipinto, su vecchie porte, usanze, momenti e tradizioni, per ricordare quello che un tempo era lì. Le molte case bellissime sono ora vuote e diroccate. Dopo essere andata via, in seguito a un servizio del telegiornale delle venti e vari articoli, a Civita hanno cominciato a tornarci i turisti. Anche stranieri. Ora stiamo preparando la quarta edizione del festival Cvtà Street Fest, e il paese sta tornando in vita, hanno aperto negozi, sono state ristrutturate molte case, si sono riaccese speranze di rinascita”.

Il tuo percorso artistico indoor e outdoor sposa anche l’insegnamento? Da street artist hai una “scuola”? “Nessuna Scuola d’Arte o Accademia mi ha insegnato tanto quanto dipingere per le strade del mondo. L’impulso deve essere nato proprio durante gli studi per reazione a quell’istruzione antica e a quel modo concettuale ma freddo e distaccato nell’approccio all’arte che avevano alcuni miei professori. La visione elitaria che mi si proponeva mi ha probabilmente preparato alla fuga. Al corso di pittura ci dicevano ‘L’arte è morta con Duchamp, dimenticate il disegno’. Volevo trovare un potenziale artistico più forte: per le strade, non volevo che i miei spettatori fossero solo le persone che frequentano le gallerie. Mossa dalla volontà di andare oltre i limiti della tela e dello studio, ho capito che quel che m’interessava veramente era fare una forma d’arte che interagisse con la gente, viva, tridimensionale, integrata nell’ambiente, di trasformare un non luogo in un posto con una storia, in grado di provocare una reazione nelle persone. Dipingere in strada mi ha dato la possibilità di andare oltre gli schemi accademici, un muro non è una tela ma un pezzo di storia di vita, dove abitano o hanno abitato le persone, un contesto culturale. Grazie a questa nuova chiave di lettura la mia passione è diventata il mio lavoro. Se a quindici anni mi avessero detto che un giorno avrei viaggiato in tutti i continenti, in tantissime città, disegnato su oltre 1000 muri con un braccio meccanico, un elevatore, sicuramente mi sarei messa a ridere”.

Se dovessi definire la tua poetica? “Più che altro una necessità, in un mondo dove domina il cinismo, io sono interessata a quei momenti di vita che sono universali, un concetto che non cambia con il tempo, che non cambia con la distanza da Mosca a Sydney. Tutta la mia arte rappresenta i legami tra le persone, le relazioni e i sentimenti. Descrivo i momenti quotidiani, momenti che per me rappresentano la magia della vita. Penso davvero che la vera magia della vita risieda nel modo in cui viviamo ogni singolo momento. Per esempio, l’incontro casuale con un’opera di strada diventa per il passante un’esperienza intima e sorprendente”.

La scelta dei colori quanto pesa rispetto al soggetto rappresentato e alla superficie che scegli per la tua opera? “È il contesto, il luogo, la forma del muro a ispirarmi. In strada la creatività è influenzata da molteplici cose: dalla luce e dai colori dell’ambiente circostante, dalla gente che passa e reagisce, ma anche dalla superficie vulnerabile dell’opera. Per me il dipinto appartiene al luogo in cui è concepito e trovo molto interessante che evolva come evolve la città una volta che sono andata via. Ognuno dei muri che dipingo prende forma da uno degli innumerevoli Sketch, che porto sempre con me. Lo Sketch book è il mio diario di viaggio, una raccolta di considerazioni ed emozioni, che in un secondo momento saranno realizzate su grande scala”.

Aderisci al movimento Me Too? “Se vuol dire rivendicare pari diritti e dignità tra donne e uomini ed essere contro le dinamiche di oppressione di genere, certo”.

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