Alle radici della prevaricazione dell’uomo sulla donna, un viaggio con Barbara De Rossi e Francesco Branchetti

- Roma

In scena al Teatro Ciak di Roma il 15 maggio. A loSpecialista.tv ne parla il regista e protagonista.

“Uno spettacolo difficile da dimenticare. Uno spettacolo importante anche per i giovani. Si osserva la genesi di un rapporto sbagliato tra uomo e donna, potenzialmente dagli esiti pericolosi”, Francesco Branchetti parla a loSpecialista.tv dello spettacolo “Coro di donna e uomo”, il recital scritto da Gianni Guardigli, di cui è regista ed interprete al fianco di Barbara De Rossi. Di tappa in tappa lo spettacolo arriva per una sera, mercoledì 15 maggio, al Teatro Ciak di Roma (ore 21), città dove ha debuttato tre anni fa. La tematica è il rapporto uomo-donna, ma l’accento è sulla violenza di genere dall’antichità ai nostri giorni. “Si mostra il rapporto uomo-donna nel dolore, nella sopraffazione. Si mostrano le difficoltà e le tragiche circostanze che possono trascinare un rapporto uomo-donna fino alle estreme conseguenze per cui si arriva a parlare anche di episodi di femminicidio”, spiega Branchetti. “È un excursus temporale e spaziale del rapporto uomo-donna a partire dai grandi personaggi del mito. L’uomo è un contrappunto al racconto contrassegnato dal dolore della donna. Ma ci sono anche episodi in cui si mostra come anche la solidarietà tra uomo e donna possa essere esistita. Uno spettacolo che emoziona sempre la platea”.

“Coro di donna e uomo” è cambiato nel corso delle repliche?
“È mutato nel far capire da un punto di vista scenico l’attualità sconcertante delle problematiche che potevano avere dei personaggi tanti e tanti secoli fa. Lo spettacolo mostra come queste problematiche abbiano cambiato forma, ma in realtà purtroppo sono ancora all’ordine del giorno con la prevaricazione dell’uomo sulla donna. C’è un episodio centrale che è incentrato su come la paura che può aver l’uomo nei confronti della donna si possa trasformare in violenza. Si parla di una moglie e marito borghesi nell’Austria di fine Ottocento, con lui che tenta di plasmare e modellare lei al fine di renderla innocua e quindi gestibile, controllabile, gestendone gusti, letture, pensieri, frequentazioni, una sorta quasi di lavaggio del cervello ai fini esclusivamente di controllo della moglie”.

Proviamo ad entrare in una sorta di macchina del tempo attraverso i personaggi dello spettacolo?
“Si parte da una riscrittura di Fedra, e poi andiamo ad Andromaca, alle mistiche del Medioevo… Andiamo alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo tantissime epoche storiche, ma anche tante aree geografiche. Si parla appunto del mito, ma si parla anche dell’Algeria del secolo scorso, cioè si parla di figure anche di donne fragili nelle quali il dolore deriva dagli orrori della guerra, per cui il dolore viene scandagliato in tutte le sue declinazioni possibili, soprattutto nell’andare poi ad analizzare questo dolore come è stato vissuto all’interno del rapporto uomo-donna, episodio per episodio”.

Questo progetto teatrale vuole indicare una possibile via d’uscita alla violenza di genere?
“Questo spettacolo ha un solo messaggio, che è quello sempre e comunque dei miei spettacoli, che è quello di mettersi di fronte alle problematiche vere, grosse e gravi del nostro presente, anche utilizzando la storia. È un’unica via per una maggiore consapevolezza, e quindi per una capacità diversa e più consapevole di essere degli esseri umani migliori nel presente. Lo spettacolo ha come progetto, obiettivo quello di mostrare che le problematiche tra uomo e donna del presente hanno una lunga storia. Si cerca di scandagliare quelle che sono le motivazioni che stanno alla base dello scaturire di eventuali episodi di violenza e di prevaricazione. Si cerca di analizzare tutto quello che c’è alla base di una meccanica di violenza, questo anche andando a ricostruire la storia di questa violenza, prevaricazione, dolore, volontà di controllo. È un testo che peraltro mostra anche come altre volte nella storia ci possa essere invece stata tra uomo e donna una profonda solidarietà nel bene. È molto bello mostrare l’atra via, che è una via sicuramente perseguibile. Per me il teatro ha una sola funzione, che è quella di analizzare sul palco le problematiche che abbiamo nella vita di tutti i giorni e farlo a beneficio di un pubblico che ha quindi la possibilità di rivedere qualcosa, talvolta di rivedersi, per prendere delle vie più giuste, delle vie migliori. Io credo ancora che il teatro abbia la funzione di migliorare e di contribuire a rendere migliore lo spettatore”.

Com’è il rapporto di Francesco con Barbara?
“È un rapporto che è nato sei anni fa. E sono cinque anni che lavoriamo insieme. Ci siamo conosciuti sei anni fa ed abbiamo condiviso il desiderio di fare un teatro che dica delle cose nell’era dello spettacolo vissuto come una forma a volte quasi esclusivamente di intrattenimento ed evasione dalla realtà. Noi abbiamo fatto in questi cinque anni spettacoli che invece nella realtà ci affondano le radici. Credo che il nostro rapporto andrà avanti negli anni perché condividiamo la stessa visione del fare spettacoli, questo mestiere, tentando di parlare di cose importanti, di cose che riguardano tutti, come il teatro ha sempre fatto storicamente, e solo in questi ultimi anni si è un pochino allontanato per seguire una via più leggera, disimpegnata e volta al puro intrattenimento. Noi preferiamo continuare a parlare attraverso gli spettacoli di argomenti importanti e tentiamo di farlo dando tutto quello che riusciamo a dare con il nostro lavoro, con il nostro impegno in tutti i sensi, questo credo sia il motivo del rapporto così solido con Barbara”.

Dopo “Coro di donna e uomo”, sarete ancora insieme in scena?
“Stiamo preparando un nuovo spettacolo che debutterà nella prossima stagione e che andrà in tournée per due anni. Un testo molto interessante sul mondo del teatro a firma di un autore straniero. In scena saremo in compagnia di altri attori”.