Canone Rai fermo per legge a quota 90 euro per sempre

- Roma

Maxi-emendamento: anche il meccanismo dell’extra-gettito (lasciato al 50% alla tv di Stato) diventa permanente; e spunta un contributo di 40 milioni per la tv di Stato per il 2019 e il 2020.

Chi da anni va predicando che si debba recidere il cordone ombelicale che unisce la Rai e il governo – lasciando spazio all’autonomia gestionale di Viale Mazzini e a una certezze di risorse pluriennale – predica nel deserto, almeno a giudicare dalla Legge di Bilancio all’esame del Parlamento. Nel maxi-emendamento del governo all’esame del Senato spuntano due nuove norme che riguardano proprio il canone Rai. E una terza norma che riguarda invece il finanziamento della Rai. E se non ci saranno emendamenti dell’utima ora, non sono buone notizie, anzi.

La prima norma (comma 56), invece di fissare l’importo del canone per il prossimo anno – cosa che solitamente avveniva con decreto del ministero dello Sviluppo in base al costo del contratto di servizio – fissa per sempre l’importo a 90 euro, senza neanche l’adeguamento all’inflazione. Quale governo, di quale colore, ritoccherà nei prossimi anni questa norma sulla bolletta più odiata dagli italiani?

La seconda norma sul canone (comma 57) prevede che il meccanismo dell’extra-gettito (i circa 190 milioni recuperati dall’evasione), che doveva esistere solo per il triennio 2016-2018, diventi permanente. Questo vuol dire tecnicamente che una parte del canone Rai per sempre sarà utilizzata dallo Stato per altri scopi (ad esempio sostegno all’emittenza locale). E vuol dire anche che potendo nel prossimo esercizio la Rai avere solo il 50% di questo extra-gettito (circa 95 milioni) non potrà ottemperare a parte del contratto di servizio.

Cosa che l’ad, Fabrizio Salini, ha fatto ben presente ai suoi referenti nel Palazzo. Non a caso, la terza norma (comma 60 quater) prevede un contributo per la Rai per gli anni 2019 e 2020 di 40 milioni l’anno. Ottanta milioni per consentire all’azienda di non chiudere i prossimi bilancio in rosso. L’attuale previsione per il 2019, infatti, prevede un rosso proprio di 40 milioni. Uno stanziamento “per l’adempimento degli obblighi del contratto di servizio, ivi inclusi quelli per lo sviluppo della programmazione digitale”. Insomma, con una mano il governo si trattiene 95 milioni l’anno dal canone. Con l’altra mano ne restituisce 40, ma solo per due anni, per consentire alla “Rai del cambiamento” di scongiurare il rosso. I conti di Salini sono (forse) in sicurezza, non lo sono affatto il futuro dell’azienda e gli investimenti necessari per diventare una moderna media company.

Una mossa, quella del governo, contro la quale si scaglia anche l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti. “I vertici Rai devono far sentire la propria voce. Altrimenti vuol dire che sono complici. La Legge di Stabilità – si legge in una nota – rende definitiva la distrazione del cosiddetto extragettito ad altre finalità. Si mette così una pietra tombale su quei ricavi, che altro non sono che recupero dell’evasione: quindi soldi che spettavano e spettano alla Rai da anni. E una pietra tombale sul canone come imposta di scopo per il Servizio Pubblico. Così il Servizio Pubblico finisce in fiscalità generale, quindi cancellando ogni possibilità di ricavi certi, adeguati e di lunga durata, ma soprattutto consegnandolo ancor di più al governo di turno che avrà anno per anno nelle proprie mani l’ossigeno. E accettare che 40 milioni di finanziamenti aggiuntivi arrivino da altri capitoli di bilancio, vuol dire accettare questa pericolosa deriva. Il vertice Rai ha il dovere di opporsi. Con durezza. A tutela del patrimonio e dell’autonomia aziendale. Anche perché l’assenza di risorse adeguate e certe mette a rischio la qualità del prodotto e i posti di lavoro. Proprio in questi giorni, il Consiglio d’Europa ha raccomandato agli Stati membri di ‘garantire ai Servizi Pubblici indipendenza, anche con fondi sufficienti e stabili, per assicurare un giornalismo di qualità che conquisti la fiducia del pubblico’. A questo punto – conclude l’Usigrai – ancor più decisivo sarà il pronunciamento del Consiglio di Stato sui 3 ricorsi per incostituzionalità sul taglio di 150 milioni deciso del governo Renzi”.

Molto critico, infine, anche il consigliere d’amministrazione della Rai, Riccardo Laganà. “Se fossero confermati gli interventi sul canone Rai nella nuova legge di Bilancio, ci troveremmo di fronte ad una situazione molto grave. Lo stanziamento di 80 milioni forse metterà magari al riparo i conti di questo mandato consiliare, ma che accadrà dopo all’azienda pubblica e ai suoi lavoratori? non sarebbe stato più utile destinare questi fondi all’emittenza locale e lasciare il canone alla Rai? Il futuro del servizio pubblico non è mai stato così a rischio e mi auguro che il governo del Cambiamento intervenga per dare certezze non solo all’attuale vertice ma anche a tutti i dipendenti della concessionaria e alle decine di migliaia di lavoratori che fanno parte del suo indotto”.