Il direttore del Tg1, Giuseppe Carboni.

“Sono un prodotto Rai, l’8 agosto faccio 40 anni in Azienda”. Troppo spazio a Di Maio e Salvini? “Siamo di fronte ad un unicum, esponenti di governo che esplicitano anche le proprie posizioni politiche”.

Fino a qualche settimana fa, in forza al Tg2, era – per sua stessa ammissione – “un signor nessuno”. La sua fortuna, sembra, sia stata quella di cominciare a seguire le gesta del Movimento 5 Stelle e di entrare nelle simpatie (impresa per un giornalista) di Beppe Grillo. Dal 7 novembre scorso, Giuseppe Carboni è il nuovo direttore del Tg1. E la prima cosa che ha fatto, ascoltato in commissione di Vigilanza sulla Rai, è stata quella di presentarsi: “Sono un prodotto Rai, ho fatto la gavetta con la vecchia scuola Rai, ho iniziato dal basso, non sono figlio di nessuno e lo sottolineo, l’8 agosto faccio 40 anni di Rai, di cui 16 di precariato”. Una premessa per rispedire al mittente ogni tentativo di inquinamento politico della sua professionalità. Carboni, insomma, sa bene di essere stato scelto dai 5Stelle, ma la “casacca” grillina se la sente stretta. Quella che gli calza a pennello, invece, è la “casacca” Rai: “Sono un aziendalista fedele negli anni”. Tant’è che qualcuno a Saxa Rubra gli rimproveri troppa continuità col passato e troppo rispetto per i predecessori. E di novità, a breve, troppo poche…

Il “nuovo” Tg1 – Sarà un notiziario fatto con “buonafede e lealtà” – ha spiegato Carboni – usando “il dubbio come strumento di lavoro”. Un notiziario che farà molta attenzione al mondo dei social, “senza rinunciare alla mediazione giornalistica”. Un Tg1 – dodici edizioni ogni giorno per oltre tre ore di notiziario – che per il momento non prevede nuovi speciali e rubriche, con una redazione “che pensi digitale”, che riscopra presto “la presa diretta”, “e che consideri le immagini come punto di partenza”. Un Tg1 che adotti il pluralismo culturale che è nella “genetica del notiziario”. La meritocrazia interna? “Non faccio ragionamenti su giallo, verde, rosso, o nero. Valuto le capacità professionali”.

Ascolti uguali al passato – “Il Tg1 delle 20 è quasi sempre il programma più visto nell’intera giornata”, ha ricordato Carboni parlando di ascolti in linea con il passato. Dal 7 novembre 2018 al 9 gennaio 2019, il Tg1 ha totalizzato uno share medio del 23,2%. Dall’8 gennaio 2017 al 10 gennaio 2018, lo share è stato esattamente lo stesso. Nei primi giorni di gennaio l’edizione della sera del Tg1 ha realizzato uno share medio del 24,5% e un’audience di 5.725.000 spettatori. Qualche decimale in più del 2018: +0,6%. Il tutto con un pubblico “maturo”, per non dire anziano, e di laureati.

Spazio al Palazzo – Cosa rappresentano Luigi Di Maio o Matteo Salvini quando parlano? Parlano da rappresentanti del governo o da capi partito? Ponendo questo dilemma ai commissari della Vigilanza Rai, Carboni ha cercato di difendersi dall’accusa di lasciare troppo spazio alla diarchia Lega-M5S. “Lo sforzo è quello di muoverci alla ricerca di un equilibro complessivo tra maggioranza e opposizione”. “Cerco di mantenere il giornale in equilibrio”. Ma è “difficile distinguere – ha aggiunto Carboni – quando Di Maio e Salvini parlano da capo partito o da vicepremier”. “Ma la narrazione della politica non la faccio io. Siamo di fronte ad un unicum, che non ha precedenti nella storia repubblicana, con esponenti di governo che esplicitano anche le proprie posizioni politiche”. “Riconosco che c’è un problema con i piccoli”, ha quindi concluso Carboni, ma “le attenzioni alle minoranze sono nel mio pedigree”.