Con Carlo Giuffrè cala il sipario sul teatro napoletano di tradizione

- Roma

Malato da tempo, l’attore si è spento a 89 anni.

“Addio a Carlo Giuffrè. Con lui e Luigi (De Flippo) cala definitivamente il sipario sul teatro napoletano di tradizione”, è il post dell’attore Nello Mascia a richiamare cosa significa oggi la scomparsa di uno dei più grandi interpreti della commedia all’ombra del Vesuvio, quella di Antonio Petito, Armando Curcio, Eduardo Scarpetta ed Eduardo De Filippo. L’attore e regista Carlo Giuffrè lascia un vuoto sulla scena della tradizione partenopea. Nato a Napoli il 3 dicembre 1928, era malato da tempo. Le sue condizioni si sono aggravate nei giorni scorsi fino al ricovero al San Camillo di Roma, dove è deceduto alla soglia dei 90 anni. Ha lavorato fino a pochi anni fa. L’ultima sua apparizione sul palco è del 2015, con l’adattamento teatrale del film di Steven Spielberg “Schindler’s List”; l’ultima interpretazione al cinema è del 2016, nel film di Vincenzo Salemme “Se mi lasci non vale”.

Totò chiamava Carlo “giuffrettino” perché importante nella sua carriera artistica è stato il sodalizio col fratello maggiore Aldo (scomparso nel 2010), di quattro anni più grande. Nelle ultime interviste era amareggiato per l’andamento della professione comica. “Ci accontentiamo di uno che fa ridere, ma non c’è più cultura; la grande commedia è quella dolente di chi fa la commedia dell’arte, quel teatro era meraviglioso, parlava di fame, miseria, freddo”. Per lui, i più grandi attori comici sono stati Buster Keaton, Ettore Petrolini, Eduardo De Filippo e Totò, perché “loro non facevano ridere con la barzelletta, ma portavano il tragico. La grande comicità è quella dolente come quella di Charlie Chaplin”. “Oggi – soleva dire – viene fuori uno in tv che fa due pernacchie e diventa famoso, oppure si abbassa i pantaloni come Benigni e pensa di fare il comico, per me Benigni è un bluff, ha fatto un paio di film belli. Non il ‘Pinocchio’, questo film non è bello”. Diceva della pellicola che lo aveva visto nei panni di Geppetto nel 2002, ritrovandosi crucciato per le tante scene tagliate perché “Benigni voleva mettere in risalto solo la moglie” che interpretava la Fata dai capelli turchini.

Carlo Giuffrè amava il teatro, lo definiva la sua “protesi”. Per lui il cinema era solo un “salvadanaio”. Per otto anni ha fatto anche parte della Compagnia dei giovani con Rossella Falk, recitando Luigi Pirandello e Anton Cechov. Ma è il teatro napoletano che ne ha segnato la carriera che è cominciata nel 1948 all’Eliseo di Roma con il grande Eduardo di cui diceva: “Lui poteva stare 10 minuti in silenzio, ma con un solo ghigno riusciva a trasmettere tutto un mondo”. Come non amava i comici di oggi, così non apprezzava neanche la drammaturgia odierna, per lui inesistente. “Le grandi commedie non hanno tempo, sono universali, a cominciare da quelle di Shakespeare. Di quelle attuali non conosco neanche un titolo meraviglioso”. E in un giorno di shakespeariana “tempesta”, forse Carlo Giuffrè ha raggiunto quell’“isola” dove poter far rivivere il teatro che fu.