“Ho lavorato sempre per Rai3. È come se fosse la mia casa”. In onda con punte del 9% di share, il viaggio del suo “Che ci faccio qui” continuerà: 4 puntate speciali da 50 minuti in autunno, e la fascia giornaliera in primavera.

Del suo stile ne ha fatto una bandiera: “Io sono un po’ anomalo nella televisione perché non amo vampirizzare, non amo depredare le storie, non mi va”. È Domenico Iannacone, volto da vent’anni di Rai3, da lunedì 6 maggio in onda con “Che ci faccio qui”, dopo il successo della settima stagione de “I Dieci Comandamenti”.

Un bilancio a metà di questo nuovo viaggio?
“Incredibile. In alcune puntate abbiamo raggiunto punte di oltre 2 milioni che è proprio tanto. Ci sono puntate che abbiamo chiuso toccando il 9%. E questo secondo me facilita il messaggio che voglio portare avanti. Mi piace che la televisione sia una sorta di reagente morale che permetta di guardarci dentro, quindi se tu raggiungi molte persone questo può diventare un elemento collettivo di introspezione”.

In 20 minuti racconti storie diverse. Come hai scelto i tuoi incontri per queste 25 tappe?
“Mi piaceva che ogni sera ci si potesse immergere in situazioni diverse, non volevo creare una ritualità, non mi piace la televisione che crea una ripetizione ossessiva dei temi. Non mi piace la televisione che racconta sempre le stesse cose. La scelta è stata quella di creare una composizione inaspettata, una composizione della società inaspettata”.

Sei partito da Jago, “scultore ribelle”, che da bambino sognava di diventare come Michelangelo: la sua opera più importante, che ritrae Papa Benedetto XVI senza occhi, è diventata un caso nell’arte. E ci hai presentato Gioia Di Biagio, che è nata con una malattia rara che rende le articolazioni deboli e la pelle delicata come la seta. Cosa ancora ci aspetta in questi prossimi appuntamenti?
“Ci sono storie bellissime. Mi piace l’idea di creare un filo conduttore singolo e collettivo. Oggi andrà in onda una storia collettiva con Retake, movimento spontaneo di cittadini che si prendono cura del bene comune. Sono andato a Napoli con loro, hanno preso una piazza vicino lo stadio Fuorigrotta ed hanno risanato l’area per una giornata intera. Mi vedrete poi con Franco Arminio, il poeta paesologo. Con lui ho fatto un percorso poetico, esistenziale: sono andato a Bisaccia, nel comune dove vive in provincia di Avellino, ed assieme abbiamo fatto un viaggio in paesi sperduti che lui pensa di popolare con la poesia. Chiuderò con Don Ciotti, verrà lui da me”.

In questa trasmissione hai affrontato appunto anche incontri in studio. Come ti sei trovato in questa modalità di racconto?
“Su 25 storie, 10 sono introdotte in questo studio, le altre 15 sono girate con il solito metodo che mi permette di andare in giro per cercare e raccontare storie. La dimensione di uno spazio di racconto ‘chiuso’ è una dimensione che non cambia l’approccio delle cose, la mia impostazione del modo di accompagnare l’intervista è la stessa che utilizzo quando incontro le persone all’esterno, e poi quello studio non è uno studio chiuso. C’è un cubo in cui vengono messe immagini che rappresentano il mondo che sta dentro e fuori di noi, non ha la connotazione di uno studio classico, ha una connotazione quasi dell’anima, e l’anima non ha confini, è questo il senso”.

Le persone incontrate sono a volte molto famose come Andrea Camilleri, altre volte non dico sconosciute ma poco note…
“Puoi dirlo, sconosciute, persone che altrimenti non andrebbero in televisione. Se non le scorgessi con la stessa curiosità con cui vado ad incontrare Camilleri, resterebbero nelle maglie del mondo. Non avrebbero voce. Degli sconociuti, apprezzo il candore, la visione della vita, il modo di guardare anche negli occhi l’interlocutore. Della voce che si riconosce il fatto che mi dia delle emozioni diverse. Con Camilleri, ad esempio, abbiamo fatto un viaggio sulla modalità della nuova scrittura, è quello che mi interessava”.

Il titolo “Che ci faccio qui” ha differenti sfaccettature…
“Sì, la prima è quella di creare sempre una domanda, di creare una bussola interiore. ‘Che ci faccio qui’ è una domanda che si fanno sempre le persone che incontro, che fanno una cosa ma che magari ne potrebbero fare un’altra, magari fanno una cosa in maniera ostinata perché ne hanno sentito il bisogno quasi intimo o si trovano imprigionati dalla vita a fare una cosa che non vorrebbero fare. La seconda è quella di chiedermi anch’io perché, per quale motivo io sto facendo questo, quindi è come se ci fosse anche una domanda mia interiore che è anch’essa una bussola per orientarmi a scegliere le storie. La terza è che quel ‘Che ci faccio qui’ è un titolo libero, non ha neanche il punto interrogativo, è un titolo che permette di andare in tutte le direzioni possibili, è un grande privilegio poter fare questo. Non dovermi in qualche modo assoggettare alla cronaca spicciola, all’idea di un titolo che racconta sempre le stesse cose. Io ogni volta posso fare un viaggio nuovo e straordinario senza avere nessun tipo di impedimento”.

Nella sigla ti si vede volare e in un post sui social eri orgoglioso di annunciare: “Ho provato a scrivere un testo di getto e poi l’ho condiviso con degli amici musicisti. Ne è nato un piccolo gioiello di cui vado fiero. Spero vi piaccia”.
“Sì, ho scritto io il testo. Avevo pensato di far inserire una canzone di Cohen e quindi ho fatto fare l’animazione su quel brano, ma ad un certo punto ci siamo accorti che i diritti che chiedeva la Sony erano altissimi, ed io ad una settimana e mezza dalla messa in onda ero un po’ nel panico perché non riuscivo a trovare la musica giusta che potesse contenere quelle immagini. Così col grafico Roberto Laurenti, che è anche un musicista di una band, abbiamo detto: se la facessimo noi? Allora io mi sono occupato del testo, l’abbiamo tradotto in inglese, la canzone s’intitola ‘Che ci faccio qui’, e adesso la incideremo per lungo, faremo anche una versione in italiano. Vuoi mettere com’è compatto il progetto? L’unità della trasmssione televisiva che non è slabrata, che non è dispersa in mille rivoli e che ha una propria unità. Nel cinema c’è un elemento che si chiama idea dominante, la cosa che gli autori, lo sceneggiatore ha sempre di fronte mentre sta facendo avanzare la storia, e questa idea dominante deve essere una sorta di collante generale di ogni cosa che non si deve mai disperdere. Nella trasmissione ‘Che ci faccio qui’, io dico che c’è questa idea dominante sempre e non viene mai disattesa”.

Sabato 1 giugno sei andato in onda in una collocazione diversa, alle ore 21.45, con una puntata speciale dedicata al Teatro Patologico di Roma fondato da Dario D’Ambrosi. Hai valorizzato una bellissima esperienza di vita.
“In realtà, verrà riproposta perché siamo andati in onda contro la Champions. Non era una collocazione strepitosa. L’appuntamento s’intitola ‘Siamo tutti matti’. Ho accorpato due puntate. Ho raccontato la storia di Dario D’Ambrosi e del Teatro Patologico di Roma. È la storia di un gruppo teatrale e di un regista che vent’anni fa ha creato una sorta di compagnia stabile utilizzando persone affette da malattie psichiatriche. Questo signore ha fatto un’esperienza incredibile. Era un ex calciatore, una promessa del Milan che lascia il mondo del calcio e si mette a fare teatro. Si fa rinchiudere tre mesi in un manicomio prima che la Legge Basaglia venisse emanata e capisce che è un mondo sconfinato da cui attingere: da allora ha sempre rappresentato la malattia. È una puntata incredibile. È una delle cose più belle che ho fatto. È un lavoro che parla dell’allestimento del ‘Cappotto’ di Gogol, un racconto di una fragilità interiore e di una purezza e di un candore unici. Racconto la storia di Dario, un uomo che accoglie tanta umanità facendola uscire dall’isolamento. Io ora andrò a fare un nuovo progetto con lui. Non so se la Rai me lo produrrà. Con lui l’anno prossimo farò l’Odissea, cioè io seguirò questo gruppo con lui che farà il regista di questo adattamento teatrale. Farò sei puntate da 50 minuti. Non so dove andranno, se in Rai o da qualche altra parte, ma so che lo farò. Probabilmente sarò soltanto la voce narrante questa volta. Però sarò con loro. E sarà un modo per entrare puntata dopo puntata in ogni personaggio chiave dell’Odissea fino a farla rappresentare a Milano in una grande piscina. Sarà messa in scena la prossima primavera. Io in autunno seguirò anche questo progetto. Per me è un’altra sfida incredibile. Credo che la televisione deve essere in grado di osare. Se io come autore televisivo non oso, vuol dire che non permetto alla società di avanzare”.

La tua professione è un viaggio continuo, l’Odissea è stata scelta per questo motivo?
“No, appena Dario mi ha detto dell’Odissea, ho detto istantaneamente lo facciamo. Sa che approccio ho, che modo ho di avvicinarmi a queste persone. Chiaramente bisogna trovare sempre il modo. Io sono un po’ anomalo nella televisione perché non amo vampirizzare, non amo depredare le storie, non mi va. Ogni volta io devo sapermi fermare per non togliere dignità alle persone che incontro. Col direttore ho parlato del progetto, spero si possa fare. È un progetto che potrebbe avere bisogno dell’intervento anche di Rai Fiction perché potrebbe rappresentare una cosa unica, un prodotto televisivo che può andare anche all’estero”.

Una sorta di docufiction?
“Assolutamente sì”.

Visto l’esito positivo di ascolti, continuerà il percorso di “Che ci faccio qui”?
“Sono previste due cose: una seconda stagione che dovrebbe essere primaverile, con uno slot presumibilmente di 25 puntate; e – siamo in parola col direttore Stefano Coletta – 4 documentari da 50 minuti, come potevano essere quelli dei ‘Dieci Comandamenti’, da mandare in autunno tra l’access e la prima serata… quindi di anticipare anche 4 puntate più lunghe, prima della serie giornaliera come quella di adesso. Andrebbero in onda la domenica, uno spazio che oramai ho sempre occupato anche con i ‘Dieci Comandamenti’ delle ultime edizioni, e quindi nello spazio che il pubblico riconosce così non cambierei neanche il mio inserimento nel palinsesto. La gente mi ferma per strada e mi cita i due programmi insieme, questa è una cosa bellissima, e mi fa capire che sentono la continuità, che non c’è interruzione, per certi aspetti il nuovo progetto ‘Che ci faccio qui’ è come se non mi avesse fatto accantonare i ‘Dieci Comandamenti’, è come se fosse la prosecuzione quasi naturale”.

Dove andrai con la tua telecamera per i quattro appuntamenti autunnali di “Che ci faccio qui”?
“Non so ancora quello che farò, voglio però tornare nel mondo reale, immergermi in situazioni collettive. Mi piacerebbe tornare nella dimensione delle esistenze che sono ai margini delle grandi città. Mi piacerebbe dare un affresco, e non prendere una singola storia”.

Ti senti un volto di Rai3 o ti senti sciolto?
“Io mi sento molto legato a questa rete. Sono oramai vent’anni, ho lavorato sempre per Rai3. Per me è come se Rai3 fosse la mia casa, è evidente. Se penso a una rete penso a quella, penso alla mia casa dove poter esprimere il mio pensiero. Io spero di non dover fare una scelta diversa, se dovesse essere mi dispiacerebbe molto, però fa parte della vita, bisogna sempre saper trovare la collocazione più consona, più giusta. Io per quello che mi riguarda vorrei rimanere, anzi spero di rimanere a Rai3”.

Le tre cose che fanno di te un uomo di Rai3?
“Il racconto della realtà, l’idea di rappresentare una parte della società, quella minore, e l’onestà intellettuale”.

Che rapporto hai con il direttore di Rai3 Stefano Coletta?
“Ci conosciamo da anni, lui sa come vedo il mondo, come lo interpreto. Facendo un programma come ‘Che ci faccio qui’ non dò conto, mi confronto. Ogni tanto mi chiede quali sono i temi, ma lui mi conosce da molto tempo”.

Le pressioni che arrivano da fuori si avvertono a Rai3?
“La politica in questo periodo sta facendo pressing anche sulla televisione, è evidente. Però io credo che la missione di un giornalista ed anche di un direttore di rete è quello di mantenere integro il proprio messaggio, di usare imparzialità, perché non si deve parteggiare. Io credo che la buona televisione venga fatta mostrando in maniera netta, precisa e senza populismi e ideologie la realtà, è questa la missione più importante. Poi la politica se fa pressioni sono fatti suoi. L’importante è essere onesti intellettualmente, è questa la cosa più importante per un direttore ed anche per chi lavora per una rete”.

Ha interessato anche te il “ritocco” al ribasso allo stipendio?
“Io prendo così poco… I miei compensi sono alla luce del sole… Non ho problemi perché ho un tetto molto al di sotto anche della soglia critica, non ho problemi di questo tipo, sono altri che devono ritoccarseli. Io ti dico che nel corso del tempo, per mantenere in vita questo progetto, ho rinunciato anche a compensi, ho fatto meno puntate, cioè avrei potuto fare di più, guadagnare di più, e non l’ho fatto per una scelta qualitativa”.

Ti sei fatto un’idea sulla scelta di abbassare gli stipendi?
“Io credo che la televisione crea un valore sulle cose. Chiaramente ci vuole anche il rispetto per quella che è la situazione reale del Paese, i sacrifici che il Paese fa. Io credo che tutto dovrebbe essere anche in qualche modo equilibrato. Quindi i maxi ingaggi li trovo spropositati e fuori contesto, fuori tempo adesso. C’è bisogno di ritrovare un minimo di equilibrio per tutti”.

Nel nome della qualità vorresti investimenti maggiori in tv?
“Il mio progetto costa poco in termini qualitativi perché siamo un drappello di persone, non ha una struttura di tante persone. Intanto lo produco all’esterno, lo produco con l’Hangar tv, che è la casa di produzione di Gregorio Paolini, che è un autore, un produttore storico che ha fatto la storia delle televisione. Io credo che la buona tv non si debba fare con mezzi spropositati. Ci devono essere le idee, la tv non è quella dei grandi mezzi a disposizione, quelli serviranno anche, ma non è quello che fanno un grande progetto televisivo. Il grande progetto è dettato dall’idea che ci deve essere, in questo periodo mancano le idee in televisione. Sono idee in qualche modo ripetitive. Mi piacerebbe che la televisione diventasse reagente culturale del Paese”.

Approfondimenti