Eltjon Bida, da clandestino a scrittore. In un’autobiografia l’Italia che lo ha accolto

- Roma

A loSpecialista.tv racconta i suoi sogni di oggi, tra cinema e due nuovi libri. I suoi punti di riferimento? Giorgio Faletti e Roberto Benigni. Cosa amava della nostra tv? “La Piovra”.

“Gentilissima Ornella, io sono stato un clandestino. Ho raccontato tutto in un romanzo pubblicato all’inizio di quest’anno. Il libro è autobiografico, basato sulla vera storia dei miei primi due anni in Italia da minorenne, dove racconto le difficoltà di sfuggire allo status di ‘clandestino’. Parlo di questo fenomeno drammatico con ironia ed una certa dose di disincanto. Ho messo a confronto le diversità delle tradizioni tra l’Albania e l’Italia. Nelle mie parole si può leggere e vivere il reale viaggio del clandestino, il patto tra gli scafisti e gli immigranti, quello che si prova ad attraversare il mare di notte su un piccolo gommone carico di disperati. Sono stato fortunato rispetto a molti altri. Sono stato accolto in questo paese, ho trovato un lavoro e persino l’amore. Racconto questo e tanto altro in queste pagine, assieme ad esperienze che sarebbe meglio non aver vissuto. La mia storia testimonia di come, con l’onestà ed il desiderio d’integrarsi, si può arrivare lontano. Vorrei che questo libro facesse da richiamo per tutti gli immigrati di oggi, perché solo curandosi del paese che ti accoglie, se ne può davvero fare parte”. Eltjon Bida ha bussato alla nostra porta con queste parole che arrivano dritte al cuore, e gli abbiamo aperto per saperne di più. Da alcuni media avevamo appreso della sua storia di quando a 17 anni, esattamente nel febbraio 1995, si era imbarcato su un gommone nella speranza di una vita migliore. Abbiamo sfogliato il suo libro, “C’era una volta un clandestino” edito da Policromia (PubMe), un racconto lungo 452 pagine, ed abbiamo risposto alla sua lettera per incontrarlo e conoscere l’uomo, oggi 41enne, che guarda con ottimismo verso il futuro.

Perché a quasi 20 anni di distanza dal viaggio che l’ha visto su un barcone venire dall’Albania in Italia ha sentito l’esigenza di raccontare la sua storia?
“Tutti i miei amici sentendo la mia storia mi dicevano: ‘Wow! Eltjon, dovresti scrivere un libro. Le tue avventure le devono conoscere tutti.’ L’idea mi piaceva un sacco, ma sapevo che per diventare uno scrittore, avrei dovuto leggere tanto. E così ho fatto. Dal 2007 ho cominciato a leggere un libro dietro l’altro. La lettura mi ha subito affascinato moltissimo. Poi ho iniziato a scrivere.”

Cosa ricorda di quelle sei ore trascorse in mare?
“Era febbraio del 1995. Ricordo le onde che ci venivano addosso, le faccie terrorizzate di chi c’era su quel gommone, il freddo tagliente, le mani ghiacciate, ricordo quando gli scafisti, a circa cento metri dalla riva ci dissero di buttarci nell’acqua perché non potevano avvicinarsi di più, ma soprattutto ricordo quando lo scafista timoniere, ad un certo punto spense il motore in mezzo al mare perché una nave passava lì vicino. Lo fece perché non voleva che quella nave si accorgesse di noi, del gommone. Appena spento il motore, una bimba di due anni che si era addormentata si svegliò e cominciò a piangere. Lo scafista disse che se non la facevano smettere, l’avrebbe buttata a mare. Può darsi che non lo intendeva veramente, ma ciò fece scattare i nervi del papà della bimba. I due per poco non andarono alle mani, ma non solo. Lo scafista impugnava una pistola e se avesse sparato quel giovane papà, molto probabilmente avrebbe sparato anche tutti noi per non avere dei testimoni. Che terrore!”

L’integrazione in Italia per lei è stato un percorso in salita o in discesa?
“Ho cercato subito d’integrarmi. Capii che per essere amato, bisogna comportarsi bene, lavorare senza pretese e rispettare le regole che mi dicevano i miei datori di lavoro. Infatti, comportandomi così, qui in Italia ho sempre trovato le porte aperte.”

Cosa ha portato della sua cultura in Italia e cosa della cultura italiana ha fatto sua?
“Per noi ogni scusa è buona per stare insieme in famiglia e quando ci si incontra, si brinda alla salute di tutte le persone che si ama. È anche una bella scusa per berne di più (Eltjon ride). Prima di entrare in casa si tolgono le scarpe. Poi anche il rispetto che si ha per il cibo. Il cibo non si butta mai. C’era la fame in Albania e c’è tanta fame ancora nel mondo. I miei figli lo sanno. Dalla cultura italiana invece, ho fatto mio davvero tantissimo. Un’infinità di cose: usare le buone maniere, rispettare le donne, lavorare, avere rispetto del proprio lavoro e di quello altrui, vestirsi bene, tenere pulito l’ambiente, come cucinare, di non parlare ad voce alta, ecc.”

Secondo lei i media italiani affrontano il tema dei migranti in un’ottica oggettiva?
“È normale che un media di sinistra parla bene dei migranti e quella di destra un po’ meno bene, ma in generale direi di sì, si parla in un’ottica oggettiva.”

Quando era in Albania guardava la tv italiana? Se sì, che ricordi ha? E che idea s’era fatto dell’Italia?
“Quando c’era il comunismo guardavamo la tv italiana solo di nascosto. Ma se venivi beccato, rischiavi la galera. Se uno bussava alla porta, noi cambiavamo subito canale per paura che chi entrasse, potesse spiare. Dunque dopo la caduta del comunismo guardavamo tutti i giorni i canali della Rai e Mediaset. Non c’era anima viva in Albania che non guardava ‘La Piovra’ con Michele Placido e Barbara de Rossi. Poi, ricordo il buon cibo che facevano vedere nelle pubblicità televisive, le belle ragazze italiane, le strade pulite e gli italiani ben vestiti. L’Italia per noi era l’America.”

Il libro e il film italiani che ha nel cuore?
“Il libro di Giorgio Faletti ‘Io Uccido’, e il film ‘La vita è bella’ di Roberto Benigni”.

Tre motivi per leggere “C’era una volta un clandestino”?
“I lettori dicono che si legge d’un fiato perché è davvero scorrevole. È un libro che testimonia che se uno non molla, nella vita può fare tanta strada. Poi, il suo punto di forza è che un libro pieno di avventure: ci sono episodi che fanno rimanere a bocca aperta, episodi che fanno ridere, piangere, episodi che fanno infuriare, episodi belli, brutti, ma, siccome io questo libro lo volevo speciale, unico, qui ho raccontato senza peli sulla lingua la storia che ho avuto con una ragazza italiana: episodi piccanti, di sesso sfrenato”.

Qualcuno l’ha contattata per fare del suo libro un film? Se sì, chi? Se no, e se qualcuno lo facesse?
“Quello è un altro sogno che spero diventi realtà. Diverse persone che l’hanno letto hanno commentato che il libro potrebbe diventare un film straordinario. Mia moglie l’ha tradotto in inglese ed ora lo stiamo proponendo anche in Usa, in modo da avere più possibilità… Il libro è stato pubblicato solo 6 mesi fa ed in questi giorni sta prendendo il suo vero decollo. Ne approfitto per dirlo a tutti i produttori dei film di leggerlo assolutamente. Sono convinto che leggendo una pagina dietro l’altra, salteranno dal divano con delle idee fantastiche”.

Sta scrivendo un nuovo libro? Se sì, di cosa parla?
“Per 13 anni ho lavorato come receptionist in tre alberghi a Milano. E man mano scrivevo tutti gli episodi buffi che succedevano con i clienti davanti al banco di ricevimento. Dunque, alla fine è venuto fuori un bel libro che ho concluso di scrivere ad aprile. In questi giorni lo sta ricontrollando una cara amica. Perciò presto dovrebbe essere pronto per la pubblicazione. Nel frattempo scrivevo e scrivo tuttora anche la continuazione di ‘C’era una volta un clandestino’. Lo sto scrivendo in modo che possono essere due libri letti anche separatamente. Avendo fatto un certa esperienza col primo libro, secondo me, questo che sto scrivendo ora sta venendo fuori ancora più bello, ma ovviamente, saranno i lettori a giudicare”.