La Lega “indaga” su Riccardo Laganà e lui: “Fate pure”

- Roma
Il consigliere Rai, Riccardo Laganà.

Il Carroccio presenta una richiesta di accesso agli atti sulla nomina del consigliere Rai eletto dai dipendenti.

“Prese di posizione spesso scomposte”; “atteggiamento politicamente marchiato”; “indipendenza venuta a mancare”; “portavoce delle istanze di alcuni partiti di maggioranza”; e infine autore di “violazione del principio di riservatezza” in merito alle riunioni del cda. Sono i motivi che hanno convinto la Lega a un supplemento di verifica sull’elezione da parte dei dipendenti di Riccardo Laganà a consigliere d’amministrazione della Rai. In particolare i rappresentanti del Carroccio hanno presentato “un’istanza di accesso agli atti per esaminare la candidatura e le procedure di verifica dell’idoneità con il relativo verbale di accettazione”.

INDAGATE PURE – A due anni dalla sua elezione, dunque, la Lega esprime dubbi sull’idoneità di Laganà. Ma il consigliere non sembra preoccuparsene. “Considero la trasparenza un valore assoluto da applicarsi sempre e non a giorni alterni – la sua replica via social – comunico quindi sin da ora che sono molto favorevole a tale richiesta. Invito i commissari della Vigilanza Rai, promotori di questa richiesta, anche a chiedere i verbali con i miei interventi in cda. Scopriranno elementi interessanti che mostrano una realtà molto diversa rispetto all’odierno tentativo di narrazione e invece molto apprezzata dai dipendenti che mi hanno eletto e a cui rispondo ogni giorno”.

IL REBUS DEI REQUISITI – Ma il “peccato originale” di Laganà non è certo quello di essere stato eletto in assenza dei requisiti previsti all’articolo 21 comma 2 dello statuto Rai. In pochi in questi anni avrebbero potuto varcare la porta della Sala Orsello volendo rispettare in tutto e per tutto i dettami dello statuto. E poi Laganà – 45 anni, tecnico di produzione assunto nel 1996 – si è iscritto a una “corsa” alla quale hanno partecipato dodici dipendenti. E la sua candidatura è stata approvata da una commissione elettorale nominata dal cda, presieduta dal professore e avvocato (amministrativista) Aristide Police, e composta dal professore e avvocato (del lavoro) Arturo Maresca e dall’avvocato (civilista) Maurizio Santori. La Lega chieda conto a questi tre “saggi” e la risposta sarà scontata: il settimo piano li ha invitati a non essere troppo “severi” nel valutare i curricula dei candidati (servivano i requisiti per la nomina a giudice costituzionale), considerando che non erano facilmente raggiungibili per la quasi totalità dei tredicimila dipendenti della Rai! E i candidati indicati dai funzionari, dai quadri, dagli impiegati e dagli operai non avrebbero avuto davvero nessuna chance di arrivare al settimo piano. Ma era questo che voleva la ratio della Legge? Chi lo sa, resta il fatto che il giornalista Roberto Natale (sostenuto dall’Usigrai), il funzionario Gianluca De Matteis Tortora (sostenuto da Cgil, Cisl, Uil e Ugl) e il dirigente Stefano Ciccotti (sponsorizzato dall’Adrai) hanno ceduto il passo a un semplice tecnico di produzione. Il candidato social, il Masaniello di Teulada che aveva promesso di portare la base al settimo piano per trasformarlo in “una casa di vetro”.

IL PECCATO ORIGINALE – Ma come detto, non è certo questo il “peccato originale” di Laganà. La sua “colpa” è quella di aver marcato a uomo il cda, a partire dal presidente di garanzia, Marcello Foa, indicato proprio dalla Lega. E di aver alzato la mano ogni qual volta qualcosa non lo convinceva. La mail truffa del falso Tria, per esempio, o la presidenza di RaiCom. E nel farlo, altro “peccato”, si è trovato spesso al fianco del consigliere Rita Borioni. Un consigliere eletto da un partito ora di maggioranza, il Pd, che in Viale Mazzini è rimasto all’opposizione. Con Laganà naturalmente…

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