La Rai pensa alla chiusura della scuola di giornalismo di Perugia

- Roma

Inutile investire un milione e mezzo all’anno per formare talenti della concorrenza. In alternativa la trasformazione in scuola di formazione multimediale.

Giovanni Floris, Gerardo Greco, Monica Maggioni, Antonio Preziosi, Gavino Moretti, Alberto Matano, Claudia Mazzola, Simona Rolandi, Alessandro Taballione, Giorgia Cardinaletti. Sono solo alcuni dei talenti sfornati in questi anni dalla scuola di giornalismo di Perugia. E tra gli ex allievi figurano anche illustri sindacalisti come Vittorio Di Trapani (Usigrai) e Lazzaro Pappagallo (Stampa Romana). Ebbene sembra che la scuola di Giornalismo – e il centro di formazione – finanziati con 600 mila euro l’anno dalla Rai potrebbero chiudere i battenti. L’argomento è stato all’ordine del giorno dell’ultimo cda Rai e a sollevare dei dubbi sul mantenimento di questo investimento da parte del servizio pubblico sono stati in particolare i consiglieri Rita Borioni e Riccardo Laganà. Per una mezz’oretta hanno ascoltato in audizione nella sala Orsello il presidente della scuola Antonio Bagnardi, il direttore della scuola Antonio Socci e il direttore del Centro Gianni Scipione Rossi. Anch’essi nominati (e ben pagati) dalla Rai. Hanno ricordato al consiglio che a Perugia non si producono solo 24 praticanti a biennio (quello in corso ne sfornerà 18) ma che si organizzano formazioni di alto livello, come quella partita a maggio scorso in collaborazione con Rai Fiction. Resta il fatto che Anac e Corte dei conti impediscono alla Rai di attingere con chiamata diretta, come è avvenuto in passato, dai bacini della scuola di Perugia.

E i diplomati (al momento se ne contano oltre 70) devono trovare lavoro da altre parti. Insomma, vengono formati con i soldi della Rai (in realtà il corso costa 6.000 euro) per poi lavorare altrove. Perché dunque continuare ad investire? Sembra che gli ultimi arrivi dalla scuola di Perugia risalgano al 2013, con un’infornata di 35 allievi. Uno spreco – si dice in Viale Mazzini – considerando che la scuola è stata fondata ed è finanziata dal Servizio pubblico senza averne un ritorno in termini di professionalità. In pratica uno sperpero di denaro.

L’idea, sembra di capire, potrebbe essere quella di trasformarla in una scuola di formazione multimediale non solo per giornalisti ma anche per autori, scrittori, sceneggiatori e tutto ciò che afferisce alle professionalità utili ad una nuova Rai servizio pubblico multimediale. “Un’alta scuola per operatori del servizio pubblico stile BBC”, spiega Laganà in un post su Facebook. Nel frattempo ai cosiddetti “perugini” non resta che iscriversi al concorso regionale appena bandito dalla Rai. Un concorso – si sussurra – cucito proprio sul loro profilo ovvero per giornalisti giovani (e quindi più disposti a fare la gavetta in una sede decentrata), che hanno fatto molta pratica di giornalismo radio-televisivo e a loro agio nel mondo del web, a partire dall’utilizzo dei social. Se son bravi, passeranno… Ma sulla sorte della scuola restano tante ombre…

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