Lerner: “Solo in Italia si usa ancora il linguaggio della difesa della razza”

- Roma

L’anchorman Rai racconta a LoSpecialista.tv il suo viaggio tra le etnie. Dall’odio verso i neri – “gli africani non vengono considerati uomini, soprattutto al sud” - alla “via miliardaria della seta” praticata dai cinesi. Parlare di questi temi in un talk? “Non commetterei mai quell’errore, i talk sono veicolo di razzismo”

Gad Lerner indagherà – ogni domenica in prime time su Rai3 dal 22 aprile al 27 maggio – i meccanismi che dal pregiudizio etnico conducono alla discriminazione e alla persecuzione delle minoranze. Noi e gli ebrei, noi e gli africani, noi e gli arabi, noi e gli zingari, noi e i cinesi, e infine il razzismo contro gli italiani. Si snoderà in sei puntate il viaggio de “La difesa della razza”, ottant’anni dopo le leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938.

Perché queste inchieste? E perché proprio ora? Il direttore di Rai3, Stefano Coletta, ha parlato di “un atto necessario in tempi scellerati”.

Se il servizio pubblico deve servire a qualcosa – ha premesso Lerner – credo che questo qualcosa sia affrontare i temi di civiltà della convivenza di questo Paese. Temi che scricchiolano.”

Come nasce l’idea di fare questo viaggio nella “difesa della razza”?

“Nasce dal bisogno che avverto da tempo di fare un buon uso della storia. Basta guardare come fu preparata la discriminazione e immediatamente dopo la persecuzione e lo sterminio nel secolo scorso…  Linguaggio, argomenti, abuso di una pseudo-ironia, gusto della provocazione, dell’infrangere i codici che oggi chiamiamo del politicamente corretto. Guai ad abituarci al linguaggio del disprezzo e dell’irrisione e della denigrazione dell’altro. Sono premesse culturali che portano a considerare normale anche la discriminazione del diverso e anche la violenza che giunge a colpirlo, come oggi già succede in Italia”.

Bisogna tenere alta la guardia contro il razzismo, insomma. “La difesa della razza”, perché questo titolo?

“È un titolo che disturba – ha spiegato ancora l’anchorman di Rai3 –  il titolo di una rivista che fu promossa dall’allora presidente del Consiglio Benito Mussolini e fu insediata in un palazzo romano nel cuore del potere, tra Montecitorio e Palazzo Chigi, utilizzando per la propaganda giornalisti brillanti dell’epoca. E anche qui qualche somiglianza si trova con personaggi che oggi mandano in onda telefonate per radio in cui si dice che ci vuole di nuovo Hitler, e ci vogliono le camere a gas”.

Ma è un viaggio nel presente o nel passato?

Tutta l’inchiesta è sull’attualità. Ci sono forti richiami storici, ma parliamo di oggi”.   

Se il tuo programma fosse anche un talk, con quale politico ne vorresti parlare?

“Oggi non farei più un talk show. Il talk è diventato il veicolo di questi messaggi ipersemplificati, verbalmente violenti, che favoriscono i comportamenti sociali razzisti. Mai e poi mai avrei fatto un talk su questi temi e credo che il modo in cui i talk hanno trattato questi temi – basta guardare a quanto accaduto con il caso di Macerata- abbia cambiato in modo decisivo il tono della campagna elettorale e del dibattito pubblico nel Paese. Non commettere mai quell’errore”.

Sei puntate in viaggio tra le varie etnie. Ce n’è una più discriminata, più perseguita, più disprezzata dagli italiani?

“I neri, gli africani, il colore della pelle è tornato ad essere un elemento di divisione”, ha risposto Lerner senza esitazione spiegando come in molti si lavino la coscienza con la menzogna. “Se conducono una vita disperata, se muoiono nel deserto o affogano nel mare, non dobbiamo farcene una colpa perché non è vero che sono davvero uomini come noi. Sono un’altra cosa”.

Differenze geografiche nelle reazioni tra nord, sud e centro?

“Nel sud, per la disgregazione sociale e per il degrado economico di tanti territori, questa discriminazione si manifesta in una forma più esplicita. Tre esempi: Rosarno, la piana di Gioia Tauro; la cosiddetta africa napoletana, con capitale Castel Volturno; e Foggia. Luoghi in cui il sistema economico è molto spesso dominato dalla malavita, richiama migliaia di braccianti che lavorano in condizioni di sfruttamento quasi schiavistiche. A Rosarno – l’esempio di Lerner – una cassetta da 20kg di arance frutta 25 centesimi… Persone di cui c’è bisogno, ma alle quali non spettano condizioni contrattuali ne abitative dignitose. Baraccopoli, tendopoli e degrado spaventoso. Tanto sono africani”, mi sono sentito dire “sono abituati a vivere così. Neanche la vorrebbero una casa…”  

Ma esistono anche etnie che discriminano noi italiani?

“Direi che ci sono etnie più forti perché hanno alle spalle una grande potenza mondiale. Sto parlando dei cinesi. Sono in grado, grazie alla loro compattezza, alla loro chiusura e all’incomunicabilità, di dispiegare una potenza economica enorme: acquisiscono esercizi pubblici, praticano la contraffazione di abbigliamento e accessori. C’è un’enorme diffidenza da parte loro nei nostri confronti. Una grande reticenza a parlare e a raccontare le cose. Un’opacità sui flussi di denaro liquido in buona misura derivanti da proventi non dichiarati. Ma se fosse solo questo sarebbe una dimensione di economia spicciola. Dietro c’è un progetto guidato da Pechino, la nuova via della seta. Che presuppone l’acquisizione di aziende italiane di alta tecnologia e soprattutto sulla logistica, i porti… investimenti di miliardi.”

In prima serata la domenica su Rai3. Una collocazione pericolosa guardando all’Auditel. Perché non in seconda serata?

È stata una scelta dovuta al tema affrontato. Ho fatto tre cicli di racconti: ‘Islam Italia’, ‘Operai’ e ‘Ricchi e poveri’. Tutti in seconda serata. Ma su questo tema Rai3 ha pensato che fosse un dovere del servizio pubblico portarlo all’attenzione di un pubblico più vasto. Io ne tengo conto nel mio linguaggio, cerco di mettermi nei panni di chi ci sta guardando con grande rispetto. So che la convivenza è spesso faticosa, soprattutto nelle periferie. Nelle zone in cui si combattono guerre tra poveri. Ma in queste contrapposizioni le fobie nei confronti dello straniero sono terreno fertile per la propaganda, per il linguaggio dell’odio. Guai a legittimare… Xenofobia e razzismo ci sono in tutta Europa, ma non c’è nessun paese come l’Italia in cui sia consentita questa licenza verbale. Un titolo come ‘bastardi islamici’, sia pure dopo l’attentato del Bataclan, fatto da un giornale italiano, un giornale francese non lo avrebbe mai fatto all’indomani degli attentati che hanno colpito nel cuore Parigi facendo decine di morti. Solo in Italia – ha concluso Lerner – ci si può permettere di utilizzare ancora il linguaggio della difesa della razza”.