Il presidente Rai si batterà per un sistema di voto al Teatro Ariston che rispetti la “giuria popolare”. Ma il “popolo” ha sempre ragione?

“A #Sanremo2019 c’è stata una sproporzione, un chiaro squilibrio tra il voto popolare e una giuria composta da poche decine di persone. L’ho dichiarato a Unomattina. Il voto della giuria popolare va rispettato e non stravolto. Ne terremo conto per la prossima edizione”, così in un tweet dell’11 febbraio Marcello Foa presidente Rai che, salendo sul cavallo di Viale Mazzini, ha promesso di “riformare la Rai nel segno della meritocrazia e di un servizio pubblico davvero vicino agli interessi e ai bisogni dei cittadini italiani”. Foa non ha apprezzato, dunque, il meccanismo di voto dell’ultimo festival. E non ha digerito il secondo posto al Teatro Ariston di Ultimo, al secolo il cantautore romano Niccolò Moriconi, che era risultato primo al televoto con un netto divario sugli altri cantanti in gara, in particolare sul vincitore milanese (papà egiziano) Mahmood: all’ultima votazione percentuale dei voti da casa del 48,80% contro il 20,95; di giuria d’onore e sala stampa del 34,62% contro il 47,15%.

Entrata in gioco nelle serate di venerdì e sabato, la Giuria d’Onore (un tempo Giuria di Esperti) – presieduta da Mauro Pagani, già direttore artistico del Festival, affiancato da Ferzan Ozpetek, Camila Raznovich, Claudia Pandolfi, Elena Sofia Ricci, Beppe Severgnini, Serena Dandini, Joe Bastianich – ha “stravolto” il voto popolare, e la Rai a tinte sovraniste di Foa non può stare a guardare… Ma il “popolo” ha sempre ragione? Alla prima assoluta della Traviata, era il 6 marzo 1853 nel tempio de La Fenice di Venezia, furono fischi, eppure, a distanza di secoli, opera e compositore continuano a vivere di potenza straordinaria.

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