Il cineasta britannico Ralph Fiennes firma un capolavoro di stile che si fa arte parlando d’arte partendo dal libro sul leggendario ballerino russo scritto da Julie Kavanagh. Protagonista il danzatore ucraino Oleg Ivenko. Al cinema dal 27 giugno.

Sono 122 minuti in cui si viene letteralmente rapiti dalle immagini con il loro carico di armonia e durezza, e dove non arriva la sceneggiatura è la musica di Ilan Eshkeri a parlare: il 27 giugno approda al cinema il ritratto che il cineasta britannico Ralph Fiennes (al suo terzo film da regista), sulla scia della biografia scritta nel 2008 da Julie Kavanagh (edita in Italia da La nave di Teseo), fa di Rudolf Nureyev (Irkutsk, 17 marzo 1938 – Parigi, 6 gennaio 1993), il leggendario ballerino russo che trasforma il ruolo maschile nella danza: da mera figura di burattino al servizio delle danzatrici a vero attore capace di virtuosismi vibranti. La pellicola “Nureyev. The White Crow” è un concorso di eleganza che si dipana su tre livelli temporali che s’intrecciano tra loro: la Parigi del 1961, gli anni di Leningrado dal ’55 al ’61, e gli anni dell’infanzia alla fine degli anni ’40. Non è la biografia di quello che per gli intimi ed i fan è semplicemente Rudy, ma il formarsi di un artista con tutte le sue spigolature.

Nureyev portava il peso di un’infanzia a Ufa difficile e ricca di stenti, da cui voleva riscattarsi conservandone al tempo stesso tutta la poesia: dall’amore della madre a quella nascita fiabesca in treno. Anticonformista, voleva pensare con la propria testa e non abbassarla alla madre patria Unione Sovietica, anche se negli anni ’50 il Paese stava diventando più liberale. Sintomatica l’osservazione dello sceneggiatore del film David Hare: “Detesto sentir dire ‘il salto verso la libertà’ che è usata in relazione a Nureyev. Non erano tempi cattivi in Russia. Al contrario, le cose non andavano così male sotto Krusciov come lo erano sotto Stalin. C’era un enorme senso di ottimismo”. Ma il Kgb poco tollerava l’abbattimento delle barriere culturali verso l’Occidente che Nureyev impersonava, ed il ballerino scelse di rinunciare alla sua patria dove fece ritorno solo pochi anni prima della morte per rivedere un’ultima volta la madre.

Fiennes non sceglie di raccontare il Rudy che tutti conoscono, quello famoso, ma la fatica ed il percorso di studi da lui portato avanti con determinazione, senza mollare mai. Cruciali su tutti sono forse due incontri: quello col maestro Alexander Pushkin (interpretato dallo stesso Fiennes), il suo insegnante alla scuola di danza di Leningrado e che utilizza con lui quasi un metodo maieutico; e quello con la giovane parigina Clara Saint (la pluripremiata attrice francese Adèle Exarchopoulos, a partire dalla Palma d’oro a Cannes per “La vita di Adele”) con cui istaura un’amicizia che risulterà fondamentale per la scelta di vita di chiedere asilo in Francia. A dare voce, corpo e “passi” a Nureyev è il ballerino ucraino Oleg Ivenko, membro della compagnia teatrale di danza Musa Dzhalil Tatar, dalla forte somiglianza fisica con Rudy, e bravissimo davanti alla telecamera, anche se questo è il suo primo film.

La pellicola è un capolavoro di stile, dotata com’è di un magnetismo incredibile nel farsi arte parlando d’arte.

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