Stefano Maria Bianchi: un “fantasma” aleggia sulle Reti (e sui conti) Rai

- Roma
Lazzaro Pappagallo, Stefano Maria Bianchi ed Enzo Iacovino

La Corte d’Appello di Roma sezione lavoro ha dato ragione allo storico inviato-precario. Ora si va in Cassazione. E balla un risarcimento a sei cifre...

C’è un “fantasma” che si aggira sulle Reti (e sui conti) della Rai. Si tratta del giornalista Stefano Maria Bianchi. Qualcuno lo ricorderà vincere un premio “Ilaria Alpi”. E soprattutto in molti milioni hanno visto le sue inchieste – nelle vesti di inviato – realizzate per conto di Piero Marrazzo, Michele Santoro e Giovanni Floris. E anche grazie alla loro testimonianza questo “fantasma” si è materializzato nella Corte d’appello che gli ha riconosciuto 23 anni di stipendio (e contributi). Sì, perché dall’inizio della sua avventura in casa Rai (nel 1996), a Bianchi è stato fatto un contratto da programmista regista, per poi continuare con contratti a partita Iva. Eppure era così evidente che svolgesse lavoro giornalistico in programmi d’attualità e approfondimento delle Reti…

Nel 2011 – stufo delle promesse dell’azienda, del disinteresse del sindacato e agevolato dal trasloco a La7 (se l’avesse fatto in Rai non avrebbe più lavorato) – si è detto: “Ma io che sono per questa azienda, un patrimonio, una risorsa o una rottura di coglioni?” E ha deciso di fare causa. Ha anche provato ad avvisare di questa iniziativa legale l’azienda alla ricerca di un accordo. Ma niente. E finalmente, ha raccontato venerdì scorso nella sede di Stampa Romana, la Corte d’appello – dopo una battaglia legale durata 9 anni e una sentenza di primo grado negativa – gli ha dato ragione. La Rai – come da prassi consolidata – ricorre in Cassazione. Guai a fare mea culpa e a cercare un accordo per limitare i danni: tant’è che si racconta di oltre mille cause di lavoro pendenti. Tanto alla fine nessuno risponde in proprio e gli eventuali errori si pagano con i soldi del canone. E solo nel caso di Bianchi – a quanto apprende loSpecialista.tv – balla un risarcimento di circa un milione di euro.

Davvero una brutta storia, fatta – ha spiegato l’avvocato Vincenzo Iacovino che ha assistito Bianchi – di “simulazione illecita e fraudolenta del lavoro giornalistico con un contratto da programmista regista o partita Iva”. Una simulazione – ATTENZIONE – che non poteva cadere in prescrizione. Perché “i diritti esigibili – ha ribadito Iacovino – non cadono in prescrizione se simulati”. Una storia fatta di improvvise collaborazioni, ma solo dopo le ispezioni Inpgi; condita da transazioni fatte firmare prima di ogni rinnovo di contratto – ha svelato l’avvocato nelle conferenza stampa alla Torretta – in cambio di un nuovo contratto di lavoro. Transazioni ritenute ininfluenti dai giudici proprio perché inerenti il rapporto simulato e non quello di fatto svolto come giornalista. Precari, dunque, sotto pressione. E naturalmente giornalisti di Serie A (nelle Testate) e di Serie B (nelle Reti, dove il confine tra informazione e spettacolo è sempre molto labile). Allo stato solo un giudice ha riconsegnato la dignità giornalistica a Stefano Maria Bianchi che ha definito la decisione “una sentenza storica”. Ma anche un bel precedente… “Questa sentenza – ha precisato Bianchi – è una novità anche dal punto di vista giuridico per tanti altri colleghi giornalisti che si sono trovati o si trovano nella mia situazione”.

Sì, perché questa brutta storia riconsegna ottimismo e speranza ai circa 300 precari che ora lavorano in Rai, servizio pubblico, e per i quali sembra si aprano le porte di una selezione interna. “Sui precari Rai siamo in una situazione mai raggiunta in passato”, ha precisato il Segretario di Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo. “Il presidente Rai e l’ad in Parlamento hanno spiegano di voler riconoscere il giusto contratto ai precari”. D’altronde se Fabrizio Salini si presenta di persona al tavolo dicendo “questa è una cosa da portare a compimento… …questa questione la dobbiamo risolvere”, le possibilità di andare in porto sono parecchie. “È ora di avere coraggio – ha chiosato Pappagallo – e completare il lavoro assicurando ai colleghi e alle colleghe diritti e tutele”.

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