Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato la direttiva con 19 voti a favore, 3 astenuti e 6 contrari. L’Italia è tra i Paesi che hanno votato contro.

Il diritto della discordia. I 28 non hanno votato sì all’unanimità, ma la riforma del diritto d’autore è passata. Lunedì 15 aprile il Consiglio dell’Unione europea ha approvato la direttiva copyright con 19 voti a favore, 3 astenuti e 6 contrari. L’Italia ha votato contro, assieme a Svezia, Finlandia, Polonia, Olanda e Lussemburgo. Si sono astenuti Slovenia, Estonia e Belgio. La Germania ha fatto mettere a verbale un protocollo in cui manifesta preoccupazioni per i filtri sull’upload che non sono esplicitamente citati nel testo e che potrebbero presentarsi negli adattamenti nazionali per imporre alle piattaforme di vigilare a priori su quanto viene caricato. Adesso, infatti, manca solo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale per far scattare il timer per i due anni entro i quali la direttiva dovrà essere recepita dai Paesi membri, adattandola alla legislazione nazionale: ampi sono però i margini di manovra per far passare a livello nazionale norme difformi da quelle sancite a livello europeo.

Le nuove regole erano state approvate dal Parlamento europeo martedì 26 marzo, dopo l’accordo provvisorio raggiunto a febbraio sui diritti d’autore in Internet, con 348 voti a favore, 274 no e 36 astenuti. Frutto di contrattazioni e numerose modifiche, l’Europa ha iniziato a lavorare ad un aggiornamento delle regole sulla protezione del diritto d’autore tre anni fa, nel 2016; il testo precedente risaliva al 2001, quando Internet, e soprattutto le grandi piattaforme, non avevano ancora indotto trasformazioni macroscopiche nelle modalità di distribuzione e accesso ai contenuti.

Se il gesto di condividere uno screenshot su Whatsapp è qualcosa divenuto di uso comune e familiare, ma piattaforme come Netflix non lo permettono già, d’ora in poi comunque gli utenti non rischiano alcuna sanzione per aver caricato online materiale protetto da copyright non autorizzato, perché la responsabilità sarà delle grandi piattaforme come YouTube o Facebook: anche se non ci sono filtri ex-ante ma solo l’obbligo per le piattaforme di fare il “massimo sforzo” per non rendere disponibili i contenuti per cui non hanno i diritti (articolo ex 15, ora 17). Escluse dall’obbligo di contrattazione ed eventuale rimozione le caricature, le parodie o le citazioni: della serie, Gif e meme sono salvi (anche se non è facile per le macchine riconoscerli). Obbligatori sono i meccanismi rapidi di reclamo, gestiti da persone e non da algoritmi, per presentare ricorso contro un’ingiustificata eliminazione di un contenuto. Da segnalare che la direttiva tutela le startup con meno di tre anni, un fatturato annuale inferiore a dieci milioni di euro e un traffico mensile medio di visitatori unici inferiore a cinque milioni: non devono vigilare su nulla, ma semplicemente reagire “tempestivamente” alle segnalazioni dei detentori dei diritti e fare i “massimi sforzi” per ottenere le autorizzazioni alla pubblicazioni ed impedire l’ulteriore caricamento del materiale segnalato. Tra i punti più discussi e delicati della riforma, c’è l’ex articolo 11 ora 15 il cui obiettivo iniziale era quello di imporre a chi usava estratti (il cosiddetto “snippet”) degli articoli — ad esempio gli aggregatori di notizie come Google News — di pagare i detentori dei diritti, quindi gli editori di giornali, ma questa voce è stata parecchio smussata: non bisognerà pattuire alcun compenso per “singole parole” ed “estratti molto brevi” (definizioni vaghe, non meglio specificate). Una norma che, ricordiamo, aveva portato lunedì 25 marzo all’oscuramento della versione italiana di Wikipedia.

Soddisfatto il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker per “l’accordo con cui rendiamo le regole del copyright adatte all’era digitale. L’Europa avrà ora regole chiare che garantiscono equa remunerazione ai creatori, diritti per gli utenti e responsabilità per le piattaforme. La riforma era il pezzo mancante del completamento del mercato unico digitale”. Non è di questo parere il nostro sottosegretario all’editoria Vito Crimi che avverte: “a pagare” il costo della riforma sarà “l’editoria locale”. In Italia il dibattito continua ad essere cocente. “Non c’è tempo da perdere – dice il presidente dell’Enpa Carlo Perrone -, abbiamo bisogno urgente che il diritto degli editori migliori la posizione negoziale degli editori di stampa nel mondo digitale”. “Questo voto sancisce un nuovo inizio e una nuova tutela per il mondo della cultura europea. Resta il rammarico per il voto contrario dell’Italia – dichiara il presidente dell’Associazione Italiana Editori Ricardo Franco Levi -. Per questo sarà la base di un lavoro ancora più importante che ci impegnerà con tutte le forze da ora in poi: spiegare le nostre ragioni al Governo perché possa muoversi su posizioni che garantiscano i produttori di cultura e di contenuti”. “Spiace che il governo italiano si sia distinto votando no – commenta il presidente di Confindustria Radio Tv Franco Siddi-. L’auspicio è che in sede di recepimento agisca in conformità con i principi della riforma”. Per il direttore di Confindustria Cultura Italia Fabio Del Giudice, è “una riforma equilibrata delle regole per l’utilizzo dei contenuti culturali in rete” che mette fine “alla legge della giungla che ha governato internet dalla sua nascita” e riequilibra “i diritti tra chi crea cultura e chi la diffonde per fini economici. L’unico grande rammarico è rappresentato dal voto dell’Italia. Storicamente in Europa abbiamo sempre avuto una posizione a favore della tutela e dello sviluppo della cultura e della creatività, ma oggi il Governo italiano ha chiaramente dimostrato il contrario nonostante le recenti affermazioni del Presidente del Consiglio, che in occasione di un’uscita pubblica di alcuni giorni fa, aveva sottolineato l’importanza della tutela del diritto d’autore. Dichiarazione che tuttavia non appare confermata dai fatti”.

E i parlamentari di maggioranza ed opposizione continuano il braccio di ferro. “Il Governo gialloverde si è schierato contro le imprese culturali e creative italiane, che offrono lavoro a più di un milione di italiani – afferma la deputata di Forza Italia, Elvira Savino -. M5S e Lega hanno preferito schierarsi con i giganti del web che in Italia pagano pochissime tasse ed hanno pochissimi dipendenti”. “Un momento triste per la democrazia europea – dichiara Maria Laura Paxia, portavoce del MoVimento 5 Stelle in Commissione Attività produttive alla Camera dei deputati. Come già più volte ribadito, siamo contrari agli artt. 11 e 13 (nel testo finale rispettivamente 15 e 17, ndr) del mandato che prevedono rispettivamente la link tax, la quale affida il monopolio della comunicazione ai grandi editori, ed il conferimento di un potere di censura alle grandi multinazionali. Si tratta di un provvedimento fuori dal tempo, che ostacola l’innovazione e impone una forte limitazione della libertà. Una decisione assunta da chi è troppo vicino a lobby e poteri forti e una sconfitta per i cittadini e le imprese europee. Il cambiamento per questa Europa è l’unica strada percorribile per restituire dignità a tutti i cittadini europei e per portare al centro i loro interessi. La nostra lotta non si fermerà”. In fondo, la campagna elettorale per le Europee è in corso…