Verdelli: nessuna epurazione in Rai per Porro, Giannini e Giletti

- Roma
Il direttore de la Repubblica, Carlo Verdelli, ospite di Piazzapulita.

Il direttore de la Repubblica smentisce Freccero e nega che Vespa comandi; bacchetta Salvini che attacca Fazio; e ci porta a spasso nella “bolla” di Viale Mazzini.

Smentisce Carlo Freccero e nega che Bruno Vespa comandi in Rai; smentisce che Massimo Giannini, Massimo Giletti e Nicola Porro siano stati epurati; impartisce una lezione di pluralismo trasversale che forse chi sta riscrivendo l’informazione del servizio pubblico dovrebbe appuntarsi; etichetta come fuori da qualsiasi regola di ragionevolezza gli attacchi di Matteo Salvini a Fabio Fazio; considera il tetto agli stipendi in Rai una “una stupidaggine demagogica”; e descrive la Rai “una bolla impermeabile ai cambiamenti”, una bolla da “svecchiare” in cui “l’assenza sul digitale è un peccato mortale per chi la gestisce”. Davvero godibile l’intervista di Carlo Verdelli, neo-direttore de la Repubblica, a Piazzapulita, il programma d’informazione condotto da Corrado Formigli su La7. Ieri sera Verdelli, che per poco più di un anno (nel 2016) è stato coordinatore dell’offerta informativa della Rai, con Antonio Campo Dall’Orto dg, e durante il governo Renzi, ha sfogliato il suo nuovo libro (“Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la Rai”, edito da Feltrinelli ) tracciando un ritratto in chiaroscuro del servizio pubblico.

Ma è vero che Bruno Vespa comanda e che certe scelte vengono imposte e un direttore non ci può fare niente, gli domanda Formigli dopo avergli fatto rivedere lo sfogo in Vigilanza del direttore di Rai2: “Mi dispiace dover smentire Freccero… Vespa è certamente influente, è in Rai da molti anni ed è sulla rete ammiraglia della Rai. Su Rai1 si concentra non solo il destino della stagione del servizio pubblico, Sanremo determina l’andamento dei primi sei mesi della Rai. Ecco Vespa ha tre seconde serate per tutta la stagione su Rai1. È un giornalista molto influente, ma che conduzioni la Rai francamente quando c’ero io non mi sembrava”.

Dovevate liberare la Rai dai partiti? “Il mandato ricevuto da Campo Dall’Orto, che era il dg, non era così eroico. Era portare la Rai nella nuova civiltà della comunicazione. Dove non era e non è. Svecchiare la Rai, ma non per un’esigenza di moda, per una questione di sopravvivenza”.

Chi lo ha impedito? “Campo Dall’Orto – spiega Verdelli – fa alcune scelte, prende me per l’offerta informativa, prende Tagliavia per la parte digitale, prende Agrusti come responsabile della parte finanziaria. Il lavoro comincia e dà dei risultati. Molto notevoli anche dal punto di vista degli ascolti”. Poi che è successo? “Che la Rai, con la sua grandezza, è come se vivesse in una bolla impermeabile ai cambiamenti, come se tutto quello che accade nel mondo non raggiungesse la bolla. E parlo anche delle persone che la abitano”. E la politica c’entrava? “La politica ha sempre usato la Rai non come una proprietà dei cittadini, che ne garantiscono per due terzi il fatturato con il canone, fanno finta di farlo per loro in qualità di rappresentanti. Il tentativo fatto con l’informazione, per esempio, era costruire una Rai pluralista non alla vecchia maniera: un canale a chi governa, un canale all’alleato e un canale all’opposizione. Un pluralismo trasversale a tutte le reti”.

Ma non è che voi avevate una certa spocchia milanese, gli chiede Formigli, e poi avete fatto fuori certi conduttori, Massimo Giletti, Massimo Giannini, Nicola Porro… “Io vengo da Milano, Campo Dall’Orto dal Veneto, spocchia zero…Nessuno è stato cacciato”, ha replicato Verdelli dichiarandosi pronto a un confronto con i protagonisti. “Nessuna epurazione. Massimo Giannini non è stato mandato via perché non era gradito da Renzi, il direttore di Rete ha ritenuto che in quella posizione il lavoro potesse essere svolto diversamente, con un tentativo diverso. Nicola Porro non è stato cacciato da ‘Virus’, gli è stata proposta dal direttore di Rai2 un’altra collocazione. Giletti non è stato cacciato dall’‘Arena.’ In quel 2016, l’anno che io ho passato in Rai, ci sono stati due referendum e le elezioni e noi non abbiamo preso neanche una multa dall’Agcom”. Un Verdelli, dunque, che non nega le pressioni dei partiti ma che smentisce epurazioni: “Quelle sono state scelte editoriali”.

Attacchi ripetuti, oltre 30, di Matteo Salvini a Fabio Fazio, che ne pensi? “Fuori da qualsiasi regola di ragionevolezza. È ministro dell’Interno e vicepremier, Fazio è un conduttore tv, fossi in Salvini – il consiglio di Verdelli – mi guarderei bene non da fare 30 attacchi, ma da farne anche solo uno”.

E il tetto agli stipendi? “Mi sembra una stupidaggine demagogica”. “Quel tetto vale per le aziende dello stato che non lavorano in regime di concorrenza. È evidente che la Rai lavora in regime di concorrenza. Mettere un tetto agli stipendi è una manovra demagogica, come abbassare di dieci euro il canone. La Rai è un’azienda in difficoltà dal punto di vista economico, con un pesante debito e ha bisogno di avere i conti in ordine. Per rimetterne a posto i conti bisogna lavorare sulle strutture profonde che mi dispiace dirlo erano state lasciate intatte da molte stagioni precedenti. Il fatto che la Rai sia assente sul digitale è un peccato mortale per chi la gestisce”. Ti sei pentito? “No, la Rai è stata una bellissima esperienza. La rifarei… Ho imparato un sacco di cose sulla televisione e soprattutto ho visto da dentro una delle cose che hanno contribuito a fare l’Italia”. La Rai è irriformabile o avete sbagliato voi? “Tutto è riformabile, probabilmente abbiamo sbagliato noi. Non penso che da una parte ci siano gli eroi e dall’altra i cattivi. Certo che il mandato è molto breve. Tre anni per cambiare un’azienda sono pochi. Resta il fatto che c’è stato il tentativo di bloccare un’ipotesi di quell’azienda che faceva il bene della Rai e l’avrebbe resa – ha concluso – più competitiva”.