Al Teatro Argentina di Roma in platea due testimoni di quella triste pagina.

“Avviso. 1. Gli uomini di questo quartiere dei quali la presenza non è necessaria per la vita della città saranno chiamati per il servizio del lavoro. 2. Tutti gli uomini dal 16 ai 55 anni devono seguirci. 3. Nell’interesse personale è da portare: tutti i documenti personali o dichiarazioni dell’attuale occupazione; scodella (possibilmente infrangibile) e posate; tenuta di lavoro, scarpe, biancheria, asciugamani, viveri. Il bagaglio non deve superare 10 chilogrammi. 4. Per fare il bagaglio sono concessi non più di 10 minuti. 5. Tutta la popolazione non deve lasciare le loro abitazioni. Ad ognuno che viene trovato per strada sarà sparato”. Sono queste le parole che il pubblico del Teatro Argentina di Roma ha trovato sulle poltrone lunedì 15 aprile in un foglietto tanto scomodo e crudo che già immergeva lo spettatore nella dimensione dello spettacolo “Nido di vespe” sul rastrellamento del Quadraro che non è noto a Roma come quelli delle fosse Ardreatine e del Portico di Ottavia. Eppure furono 947 i deportati nei campi di concentramento in Germania, segnati da un traingolo rosso ad indicare che erano prigionieri politici. Era la mattina del 17 aprile 1944, non erano neanche le 5, quando un rumore assordante di passi invase il quartiere. Nella case degli abitanti che vivevano per lo più prestando la propria opera negli stabilimenti di Cinecittà si presentarono armati, fucili spianati, i nazisti che, su ordine di Herbert Kappler, dovevano scovare gli oppositori del regime. Cercavano gli uomini, tutti gli uomini, senza accertarsi delle loro idee politiche, consegnavano loro l’“avviso” e in pochi minuti li portavano via non permettendo neanche alle loro donne e alle loro madri di affacciarsi per vederli andar via. Fu dato ordine di stare tutti chiusi in casa. La metà di quegli uomini, molti ragazzini, non fecero mai più ritorno. Nel quartiere Quadraro questa storia scorre nel sangue di tutti gli abitanti ed un gruppo di loro, dal 2000 in poi, ha cercato i superstiti per mettere nero su bianco quanto accaduto con rigore storico. Lo spettacolo “Nido di vespe” intreccia live e immagini dei testimoni. La prima volta andò in scena dieci anni fa, da allora viene ospitato soprattutto nelle scuole, e quest’anno, in occasione del 75esimo anniversario, è stato accolto al Teatro Argentina. La platea ha registrato il pienone. Tutti erano commossi ed hanno applaudito il regista Daniele Miglio in scena con altri sette attori – Fabrizio Bordignon, Emanuele Cecconi, Emanuele Capecelatro, Patrizia Ciabatta, Vittoria Rossi, Valentina Di Odoardo, Angela Brusa -, il maestro Massimo Gervasi che li ha accompagnati al pianoforte, Simona Orlando che ha scritto il testo tenendo conto di tutti i passaggi della deportazione – studi di Cinecittà, e campo di concentramento prima in Italia, poi in Germania – e le emozioni, i sentimenti e lo stento patito dagli uomini deportati -, ed, infine, abbracciando idealmente con forza due delle testimoni presenti in sala. Plauso alla produzione Compagnia 17 aprile ’44 e al Comitato Q44, che alimentano la memoria di quei fatti con infinita generosità d’animo.